La voce della lotta Sami per l’uguaglianza

Un vinile, un canto, una donna in lotta per il suo popolo

La voce nuda ha un potere di fascinazione immenso, soprattutto se è circondata da un sapore di antico, di popolare, di qualcosa che arriva da lontano e da non si sa chi.

Ascoltare questo genere di musica, spogliata di tutto, ridotta a un richiamo, a un ritmo, all’imitazione della natura può essere appagante quanto ascoltare gli accordi intricati del pianoforte in un brano jazz.

La differenza è che a produrre quei suoni non è uno strumento maneggiato da un musicista allenato ma una persona comune, che nel momento in cui canta, magari in modo impreciso un vecchio motivo, si carica di qualche cosa che rimanda a qualcos’altro; la sua è una voce distante che strappa al passato una piccola e modesta vibrazione per portarla qui, oggi, sul mio giradischi.

E’ una trance uditiva, un paradosso temporale che lega due momenti incommensurabili attraverso la trama di una voce.

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La fine del mondo all’apericena

“Distopia is the new oppio dei popoli”.

[L’audio del mio corsivo andato in onda su Rete Due lo potete ascoltare qui

Fateci caso: i racconti distopici, nella loro versione cartacea o nelle grandi produzioni cinematografiche e seriali sono dappertutto, sono ormai diventate un aspetto inaggirabile della cultura popolare.

Oramai saturano la quotidianità di tutti o – quantomeno – quella di una classe media intellettuale senza fiato, schiacciata tra la sua sempre maggiore irrilevanza e l’assenza di un progetto per un futuro migliore.

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Ode alla (s)cassetta

Il ritorno della piccola proletaria della musica

Da qualche tempo ho rispolverato il mio vecchio Walkman e a furia di andare per mercatini ho ricostruito la mia collezione di musicassette. Mi sono perfino procurato una bella piastra Nakamichi che ora fa bella mostra di sé insieme al giradischi.

Perché questa ossessione per le audiocassette? Se il ritorno del vinile è giustificato dalla reale qualità dell’esperienza sonora che (a certe condizioni) un disco può regalare, questo non si può certo dire della buona vecchia cassetta.

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Manga: il folle mondo di Alita, l’angelo della battaglia

Alita, mezza umana e mezza cyborg. La saga manga di Yukito Kishiro dal 1991: ogni albo è pieno di storie che raccontano altre storie

Il mondo dei manga giapponesi è pieno di spazzatura a basso costo per adolescenti tristi, con storie banali e disegnate male da fumettisti-schiavi che producono come alla catena di montaggio.

Poi ci sono le perle, e allora non ce n’è per nessuno. Alita è tra queste; un vero capolavoro.

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Quanno ce vo’ ce vo’

[Il mio “corsivo” andato in onda martedì 9 aprile 2019 sulle onde di Rete Due — RSI. Qui sotto trovate anche l’audio del mio intervento]

“A me sto fatto che bisogna annà sempre contro la minoranza non me sta bene. Non me sta bene che no. Io sono de Torre Maura e non so’ d’accordo”.

Mi scuso per l’orribile tentativo di scimmiottare la pronuncia romanesca, ma — come dicono da quelle parti — quanno ce vo’ ce vo’.

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Scrivere con la voce – Alla ricerca del software perfetto

[Disclaimer: questo articolo è il risultato della mia esperienza con numerosi software di editing audio. Non sono sponsorizzato o pagato da alcuna delle aziende menzionate in questo articolo. Mia intenzione è quella di facilitare la ricerca a coloro che si trovano nella mia stessa situazione e fornire loro differenti opzioni tra le quali scegliere.]

Il mio primo approccio alla tecnologia radiofonica è avvenuto ormai quasi vent’anni fa, nel 1999, quando fresco fresco di laurea iniziavo a lavorare come giornalista a Radio Dolomiti, una delle principali emittenti private del Trentino.

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Pianosa e la metafora del carcere applicata all’oggi

 

Per arrivare a Pianosa, l’isola-carcere, si parte dall’Elba, da Marina di Campo, con un battello di solito pieno di gente. Le visite sono obbligatoriamente da svolgere con le guide, mentre è permesso passeggiare liberamente tra le casette in rovina del paesello abbandonato e fare il bagno nelle acque cristalline che lambiscono la spiaggia vicina al porticciolo.

L’immagine del lungo, inquietante muro del carcere speciale voluto da Dalla Chiesa per rinchiudere i terroristi degli “anni di piombo” desta nel pellegrino acute riflessioni.

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Il tempo della fotografia analogica

[Il testo del mio corsivo andato in onda questa mattina su Rete Due]

La fotografia analogica sta tornando di moda. Non che sia mai scomparsa dalla scena, ma alcune iniziative recenti mostrano un rinnovato interesse del mercato (c’è moda quando c’è mercato…) per questa nicchia di appassionati. Ed è proprio questo fatto, l’apparizione di capitali che investono su progetti innovativi nel campo analogico, che indica la presenza di un interessante bacino di consumatori potenziali.

Tra qualche giorno sarà di nuovo in vendita la pellicola P30 della Ferrania, storica azienda italiana nata esattamente 100 anni fa che aveva smesso la produzione nel 2011 a causa della concorrenza del digitale. Ormai da qualche anno, con l‘Impossible project le pellicole istantanee di tipo Polaroid sono tornare sul mercato, definendo un nuovo segmento di mercato di lusso (le pellicole sono piuttosto care…) rivolte ad artisti e professionisti dell’immagine mentre un’azienda italo-svizzera specializzata nella vendita di materiale analogico, la Ars Imago, ha appena lanciato su Kickstarter il progetto di una tank evoluta per lo sviluppo dei negativi 120 e 135.

Da anni ormai Lomography propone un ritorno all’amalogico ludico e disinibito, proponendo ai consumatori non solo pellicole particolari (per ottenere il tipico “effetto Lomography”) ma anche nuove macchine ispirate a modelli del passato, che spesso uniscono l’analogico al digitale.

Recentemente una startup che si chiama Mint ha messo sul mercato una copia della Rolleiflex che usa pellicole istantanee Fuji, mentre sempre su Kickstarter sono stati finanziati i progetti di un banco ottico “economico” e di un dorso digitale (basato su Raspberry Pi) che si adatta a tutte le fotocamere analogiche 35mm.

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Siamo tutti impostori

Manifesto per una società di autodidatti

Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere , la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosi come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.

Quando ho letto questa frase di Karl Marx, tratta da L’ideologia tedesca (scritta con Friedrich Engels), un libro del 1846 ma pubblicato solo nel 1932, mi sono commosso.

Difficile — penserà qualcuno, probabilmente molti… — emozionarsi per una frase di un autore così complesso, difficile, ostico, “freddo” come Marx.

Grave, gravissimo errore.

Karl Marx, oltre ad aver messo a nudo i meccanismi del capitalismo ha anche delineato un nuovo umanesimo e — pure se non era il suo scopo principale — provato a immaginare un futuro nel quale l’uomo e la donna fossero capaci di esprimere completamente le proprie potenzialità.

E’ per questo che per me, oggi, leggere Marx, la sua concezione dell’uomo e della storia, è come partire per un viaggio alchemico, un modo per riempire di misticismo laico un presente fatto di sofferenza globale e individuale.

Marx mette le parole giuste là dove ho bisogno che qualcuno le metta.

E’ successo con questa frase tratta da un libro scritto oltre 170 anni fa.

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L’intenzione fa la buona foto

Figlia guarda Venezia dal vaporetto. Rollei 35

Riflessioni analogiche sulla pratica fotografica ai tempi del digitale

L’eterna controversia che vede su fronti opposti i fautori di una resistenza analogica contro la banalità del digitale nel campo della fotografia si tinge spesso di malinconia per i bei tempi andati, da una parte, e di adesione fideistica alle sorti progressive della tecnologia dall’altra.

Ma le argomentazioni degli uni e degli altri spesso peccano di superficialità: non è il mezzo, ma il suo uso che determina il risultato.

D’altra parte però il mezzo influenza a sua volta l’uso e il risultato è spesso viziato da un utilizzo poco cosciente del mezzo.

Da fotografo eternamente in erba, adepto del culto misterioso della fotografia analogica ma opportunisticamente conquistato a quello della fotografia digitale, ho riflettuto a lungo sul produrre immagini ai tempi della loro sovrabbondanza.

Per quanto mi riguarda sono giunto alla conclusione che la condizione necessaria per scattare una buona foto (digitale o analogica) sia l’intenzione.

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