Le mie giostre

“Le mie prime due giostre erano un tiro a razzi e una giostrina per bambini senza motore, che facevamo girare a mano, poi in un secondo momento con un mulo. […] Fino agli anni settanta questo lavoro dava delle soddisfazioni: c’era la disponibilità di buone piazze e dunque la possibilità di guadagnare bene. Poi anche se mancava il fascino del mondo del circo, questo era un lavoro che permetteva di girare, e questo per me era una cosa molto importante.” (da “Strada, patria Sinta”, di Gnugo De Bar)

Per me le giostre – piazzale di terra fangosa, prezzi alti, muscoli da punching ball – sono state triste ripetitività di macchinari sempre uguali; le lampadine rotte sopra l’attrazione del tunnel dell’orrore; i ragazzi più grandi che facevano la gara a chi era più coraggioso; l’atteggiamento ostile dei giostrai, annoiati e distanti. Brutto tempo, pioggia, giostre bagnate e roulottes sbarrate.

Mi piaceva fermarmi a vedere quando arrivavano e quando smontavano, i giostrai. Poi il resto era inutile e costosa normalità di un dispositivo che sempre più mostrava i suoi limiti davanti agli altri – e più interessanti – passatempo: i videogiochi, il cinema, per esempio.

Eppure su quello scomodo palcoscenico si veniva attirati. Dal gioco della seduzione: stare vicini a una ragazza sulla giostra, magari offrirle un giro; mostrarle i muscoli davanti al punching ball; fare i galletti con i soldi strappati ai genitori per farsi qualche giro in più sull’attrazione più gettonata. Oppure – come me – restavi a guardare, spettatore triste insieme riluttante e affascinato.

Erano gli anni ’80, quando forse ancora le giostre avevano un carico di novità per dei ragazzi annoiati dalla vita in una piccola e triste cittadina di periferia. Oggi alle giostre ci vanno i bambini, per salire sul Brucomela o sugli autoscontri, mentre i grandi vanno a Gardaland.

Guardo ora con occhi diversi le giostre, vedendo il piacere ingenuo e grande dei miei bambini che chiedono: “Ancora un giro papà”.

E vedo, di là dai vetri dei gabbiotti-biglietteria, le stesse facce distanti. Ma ora capisco meglio cosa si nasconde dietro quello sguardo.

[Consiglio per capire meglio il mondo dei giostrai di ascoltare l’audiodocumentario di Mattia Lento e Manuela Ruggeri intitolato “Viaggiatori”]

 

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