Dall’uscio alla montagna

Un viaggio fotografico attorno a Trento

Trento dall’alto. Fotografia di Mattia Pelli

Quando si va a camminare in montagna, solitamente la passeggiata è preceduta da un viaggio più o meno lungo con qualche mezzo di trasporto che ci accompagna fino al punto di partenza della gita.

Montagna e città sono separate; ci sono due mondi che si oppongono, quello delle piccole avventure dei fine settimana e quello della vita quotidiana. Ma è una separazione che si può riconciliare, riscoprendo i luoghi che si attraversano ogni giorno.

Era il mio obiettivo quando sono partito da casa mia in città, a Trento, con scarponi e zaino da montagna per la mia personale avventura urbano-montana. Fuori, una giornata di sole e cielo azzurro, un gran caldo nonostante fossimo soltanto in febbraio. In mano la mia macchina fotografica, una Pentax LX scovata in un mercatino dell’usato per un prezzo irrisorio.

Prima tappa il lungo Fersina, il fiume che attraversa la città.

Lungo il Fersina, all’altezza del Ponte Cavalleggeri. Fotografia di Mattia Pelli
Lungo il Fersina, all’altezza del Ponte Cavalleggeri. Fotografia di Mattia Pelli

L’obiettivo della camminata era arrivare da casa mia (194 m s.l.m) direttamente al rifugio Maranza a 1081 m s.l.m.

Parto pieno di buona volontà, ma in realtà non sono affatto sicuro di farcela. Ho studiato l’itinerario la sera prima e ho con me il cellulare con l’applicazione dell’ufficio del turismo trentino con le cartine dei sentieri.

Arrivato all’estremità Nord-Est del tratto cittadino del fiume, c’è un quartiere molto particolare e caratteristico da esplorare, che raramente ho percorso a piedi. Mi fermo a fare fotografie prima di iniziare la salita verso Povo, in collina.

Lungo Fersina all’altezza del Ponte Vicenza. Fotografia Mattia Pelli
Lungo Fersina dopo il Ponte Vicenza, verso Nord-Est. Fotografia Mattia Pelli
Veduta del quartiere attorno alla Salita Filippo Manci. Foto Mattia Pelli

Un intrico di cortili, stradine, scale e scalette, balconi e finestrelle, che sembra arrivare direttamente da un passato lontano. A dominare dall’alto questo scorcio di Medioevo il convento di San Bernardino dei Padri francescani.

Grazie all’offerta di 2.500 fiorini ad opera del Supremo Cancelliere di Corte Teodoro Enrico conte di Strattmann, fu possibile iniziare i lavori già durante la primavera 1691. Il nuovo edificio religioso fu consacrata il 13 aprile 1698 dal vescovo Giovanni Michele Spaur. La ben nota “torricella Madruzzo” fu riadattata per ospitare l’infermeria e grazie all’aiuto economico di Valentino Salvadori e dei fratelli Girolamo e Giacomo Maffei, fu iniziata la costruzione della biblioteca nel 1754.

Il convento di S. Bernardino

Il convento di S. Bernardino

Lungo Salita Filippo Manci

Comincia ora la salita vera e propria: passo accanto allo studio di Fabio Vettori (quello delle formiche) e arrivo alla scalinata che porta a Mesiano, passando per la vecchia centrale elettrica di Ponte Cornicchio. Spunto a lato della facoltà di ingegneria e costeggio la statale per pochi metri fino a raggiungere una stradina che inizia accanto al ristorante Parol e che mi porta fino alla stazione della ferrovia della Valsugana di Povo. Da lì al centro del borgo sono pochi minuti e attraverso altre stradicciole poco conosciute raggiungo il bivio per il Cimirlo, nei pressi di Oltrecastello.

Sono stupito dai luoghi che attraverso: a Povo ci ho abitato per qualche tempo tanti anni fa ma mi rendo conto di non averla mai visitata veramente. Anche qui sopravvivono scorci caratteristici. La città si ibrida con la campagna, siamo ormai ai confini dell’urbe. Si riconoscono resti di civiltà contadina. Fa molto caldo, comincio a togliermi strati di vestiario.

Veduta lungo via Spré, Povo

Veduta lungo via Spré, Povo

Arrivato a Oltrecastello prendo il bivio per il Cimirlo e faccio un pezzo di strada sulla statale (via Borino) fino ad incontrare un sentiero che porta con decisione verso l’alto. In cinque minuti sono nel bosco. Ho scoperto che mi piace fotografare gli alberi, soprattutto in inverno, quando mostrano il loro scheletro, spoglio di foglie. A 50 metri in linea d’aria da me, su una collinetta c’è un capriolo che mi guarda senza paura: sa di essere a distanza di sicurezza. Si mimetizza tra gli alberi con il suo pelo grigio ma riesco a seguirlo con lo sguardo grazie al candido pelo che si trova sotto la sua coda. Mi fermo a respirare. Questa prima salita vera è impegnativa e sto già camminando da un po’. Non so se ce la farò a fare il giro, alle 15 devo essere a casa per la recita di carnevale di mio figlio. Intanto scatto fotografie alle piante.

Salendo verso il rifugio Maranza

Salendo verso il rifugio Maranza

Salendo verso il rifugio Maranza

Salendo verso il rifugio Maranza

Salendo verso il rifugio Maranza

Salendo verso il rifugio Maranza

Il mio obiettivo ora è intercettare la strada per il rifugio Maranza che sale dal Cimirlo. Dopo una bella sfaticata finalmente ci arrivo, non senza qualche difficoltà data dalla neve ghiacciata che in alcuni tratti copre il sentiero.

La distanza da percorrere fino al rifugio è ancora di tre chilometri e mezzo e, anche se la strada asfaltata procede per un lungo tratto in piano o comunque con pendenze piuttosto morbide, è il tratta più noioso e faticoso. Sono felice di arrivare a destinazione, di potermi sedere su una panchina al solo e di mangiarmi i panini che mi sono portato. Sono le 12.30 e sono partito dall’uscio di casa alle 9.15 circa. Tre ore di salita.

Il tempo preme e la strada da fare ancora molta se voglio arrivare a casa prima delle 15. Dopo essermi cambiato la maglia, completamente sudata, mi carico lo zaino e affronto la discesa che dal rifugio Maranza porta al rifugio Bindesi, sopra Villazzano, altro sobborgo di Trento.

Qui il bosco è diverso, più secco, le rocce spuntano dal terreno, coperte da erica già in fiore.

Da Maranza ai Bindesi

Da Maranza ai Bindesi

Da Maranza ai Bindesi

Da Maranza ai Bindesi

Il fiume Adige

Mi fermo a guardare e fotografare l’Adige che dall’alto, nella foschia, sembra un serpente lucente.

Un nido abbandonato

Da Maranza ai Bindesi

Segni umani

La discesa va più veloce del previsto: cerco di farmi aiutare dalla gravità e lascio andare le gambe il più possibile. Gli scarponi però cominciano a farmi male, le dita dei piedi mi battono in punta. Arrivo al rifugio Bindesi e poi alla Grotta di Villazzano. Potrei prendere l’autobus ma sono arrivato fino a qui e tanto vale arrivare fino in fondo.

Scendo fino a Villazzano e da lì taglio per via Banala fino alla stazione della Valsugana. Il sottopasso mi porta fino a Via Asiago, che mi porterebbe in Bolghera, ma preferisco prendere per stradine. Scendo per via S. Bartolameo, che porta all’omonima chiesa, un angolo di Trento rimasto fuori dal tempo. Finalmente sono in Via Gocciadoro: sono ritornato nella città e la gente mi guarda un po’ di traverso. Sono evidentemente provato dalla camminata, sono in T-shirt, indosso gli scarponi e porto lo zaino. Ma sono contento: sono quasi a casa. Arrivo davanti all’uscio alle 14.30. Non mi sento più le gambe, ma mi sento — nel mio piccolo — un eroe.

[Fotografie realizzate in analogico con Pentax LX, Takumar SMC 35mm f2.8, pellicolar Ilford FP4 scaduta, sviluppo DIY con Caffènol]

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