Nei luoghi di (quasi) tutti
Lo spazio pubblico ha i suoi colori, le sue forme (o non forme) che raccontano e danno senso, costruiscono cornici di significati rivelatrici della loro funzione e delle politiche che li reggono, dalle quali entriamo ed usciamo quotidianamente in un processo di adattamento continuo.Davanti all’entrata della biblioteca del Vigilianum
Il Vigilanum è l’edificio del Polo Culturale della Diocesi di Trento, aperto da qualche anno appena. Si tratta di un edificio enorme, che al terzo piano ospita una biblioteca con una grande sala studio molto luminosa, dove vado spesso a studiare, visto che è piuttosto vuota e vicina a casa mia.
L’edificio ha cinque piani, di cui uno interrato, con 200 mila monografie, 600 manoscritti, 3000 pezzi di musica a stampa.
Ad accogliere i visitatori, davanti all’entrata della biblioteca al terzo piano c’è una scultura di Osvaldo Bruschetti, roveretano, che rappresenta due mani unite in segno di preghiera. In una recente intervista Bruschetti spiegava: “La mia è un’opera sacra, perché sono convinto che l’uomo sia sacro, mentre la religione è precetto e dogma”.
Questa scultura, così come i volantini sulle bacheche, i libri di teologia, i simboli religiosi presenti in tutti gli spazi, anche se posti in modo da non essere troppo invasivi, disegnano uno spazio ascetico/asettico.
Ai tavoli ragazzi che potrebbero far parte dell’azione cattolica o degli scout: magari sono un po’ trasandati ma non tanto da sembrare veri e propri freak, oppure sono vestiti vestiti con colori tenui, con abbigliamento dal taglio monotono, fatto per non destare attenzione.
C’è anche qualche suora che si guarda benevolmente in giro quando non è concentrata su un trattato di teologia.
Io che sono ateo e pure un po’ mangiapreti, magari anche pieno di stupidi pregiudizi, mi sento a disagio nell’entrare: so che mi si giudicherà come io stesso faccio con gli altri, per la mia barba lunga, il mio berretto, la mia sciarpa di tessuto bio.
Ma il disagio si fa da parte davanti alle necessità: vengo qui da due anni circa e inizialmente la sala studio della biblioteca era praticamente vuota. Ora si cominciano a vedere degli studenti, magari un po’ sperduti, che vengono soltanto per avere uno spazio dove studiare. E’ vero anche che alle Albere, il quartiere di Renzo Piano, hanno da poco aperto la nuova biblioteca universitaria.

L’ospedale è un’altra storia. Il Santa Chiara non è particolarmente accogliente e i suoi spazi sono un vero labirinto. Tanto che l’Azienda sanitaria ha messo a punto un sistema di strisce colorate sul pavimento per guidare i pazienti e i visitatori verso il loro reparto. Oggi ho dovuto andarci per accompagnare una persona cara che doveva fare un visita.
Nell’attesa mi sono guardato intorno, cercando di “respirare” questo spazio pubblico, che accoglie la malattia e la morte ma nello stesso tempo (e proprio per questo) deve rassicurare e dare un’idea di efficienza e professionalità.
Le seggiole delle sale d’aspetto sono di un verdino tenue, pastello; i pavimenti marroncino-beige, i muri bianchi.

Ma nelle piastrelle rotte, nei vecchi buchi non coperti lasciati sulle pareti, nei poster turistici dimenticati e ingialliti, negli avvisi stampati su fogli bianchi e messi nelle buste di plastica trasparente si percepisce il deteriorarsi della struttura e si coglie la fondamentale contraddizione tra la sanità di massa e la possibilità di un’accoglienza a misura di ciascuno.
Chi entra qui sa che avrà il meglio possibile nelle condizioni date.
Per rendere più accoglienti gli spazi, qualcuno ha pensato di raccogliere in una vetrinetta davanti al reparto dei vecchi attrezzi utilizzati per la radiologia.


L’effetto è opposto: la vetrinetta fa a pugni con il contesto e accoglie il paziente, già parecchio preoccupato, con oggetti che ricordano la sofferenza e tecniche superate dalla medicina. Sembra più di entrare nelle sale di un vecchio museo di scienze naturali con gli animali impagliati nelle vetrinette che in un moderno luogo di cura.

E’ forse l’insensibilità alla paura della malattia che contraddistingue tanti medici a giocare questo brutto tiro ai pazienti ed è anche un modo per dire loro: “Qui entrate nel regno di ciò che non potete capire, delle macchine spaventose che possono guarire o uccidere di cui solo noi conosciamo i segreti”.


